C’è una poesia che non pretende il palcoscenico. Non veste abiti solenni, non si annuncia con fanfare. La incontri tra una fermata e l’altra della metropolitana, sul bordo sbrecciato di una panchina, nel corridoio lucido di un ospedale. È una poesia che non ti chiede di capirla: si lascia capire. Ti sfiora come un promemoria gentile che la realtà, se guardata con un filo di luce in più, sa dire molto più di ciò che sembra.
In questa semina minuta c’è un gesto politico, nel senso primario del termine: riportare la lingua alla sua destinazione naturale: la vita delle persone.
Slegarla dalla vetrina, dal like, dal recinto dell’aula, e lasciarla sul tavolino di un bar dove il caffè macchia e il verso asciuga.
Vi chiamiamo a questo atto di fiducia: nel caso, nell’incontro, nel tempo degli altri. Pensateci e scrivete in un cartoncino, un sasso, una bottiglia o altra superficie possibile, il vostro pensiero da donare, poi scegliete uno o più luoghi possibili e lasciatelo, dopo aver fatto una foto.
Non sappiamo quale mano raccoglierà quel cartoncino; sappiamo però che l’istante in cui lo farà sarà un’ora esatta, perfettamente in ritardo o in anticipo, ma giusta per qualcuno.
La poesia, così, smette di essere un genere e torna ad essere un gesto. È una parentesi aperta in mezzo alla cronaca, un invito a rallentare di un passo, a mettere a fuoco il dettaglio che di solito sfugge: la risata strozzata del barista, il respiro prima di rispondere al telefono, il riflesso del mare nei vetri del bus. Ordinaria non perché comune, ma perché ordinante: rimette in ordine l’interno, con poche parole, come chi raddrizza un quadro storto e all’improvviso vede la stanza.
In un’epoca che misura tutto, le storie poetiche non misurano: accadono. E accadendo, ricordano che la cura può essere minuta, che l’arte può essere a portata di tasca, che il bello non dev’essere raro per essere vero.
Allora viene da domandarsi: di che cosa ha fame la nostra città, il nostro quartiere, le nostre scuole etc…?
Di quali parole, di quali segni? Forse di frasi che non giudicano ma aprono, di pro-memorie di gentilezza, di inviti a restare umani nel traffico, nelle attese, nelle file. Forse di versi che insegnano la differenza tra avere ragione ed avere cura. O, semplicemente, di un “ti vedo” lasciato sul banco di una biblioteca, come si lascia una moneta nella fontana: senza sapere chi ne trarrà fortuna, ma sapendo che il gesto, da solo, sposta il mondo di un millimetro.
E voi, Counselor, che pensieri vorreste disseminare nella vostra città, nel vostro quartiere, nella panchina di un giardino? Quali parole affidereste al caso, ai passi distratti agli occhi che cercano, senza saperlo, uno sguardo che li faccia sentire visti?
Il nostro è un Con-corso atipico perché vogliamo invitarvi a con-correre, lasciare il vostro contributo generoso e partecipare al nostro Archivio “ Storie di ordinaria Poesia” che sarà pubblicato. Il Con-corso è aperto a tutti.
Se volete con-correre con i vostri post alla raccolta “Storie di ordinaria poesia” fotografate e condividete foto e pensiero poetico, scrivendo a: dilloafaip@faipitaliacounseling.it
Vi aspettiamo!
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